Storia del Quartiere Ottavo Colle PDF Stampa E-mail


Serafico, Ottavo Colle, Tintoretto: dove le radici affondano nella palude.

Lo sapevate che nell’area sulla quale oggi sorge il quartiere fino a 100 anni fa si estendevano ampie paludi e regnava la malaria?

 

I terreni dell’Abbazia delle Tre Fontane

Sin dall’epoca paleocristiana nelle vallette che circondano il quartiere il drenaggio delle acque che sgorgavano dalle sorgenti locali era molto scarso; si formavano così numerosi acquitrini. Le acque sorgive venivano chiamate Acque Salvie e nei pressi dell’abbazia delle Tre Fontane si trova ancora la testimonianza dell’antica presenza di tali acque perché la strada che conduce all’abbazia porta ancora il nome di Via delle Acque Salvie. Inoltre la storia della nascita delle tre sorgenti è legata alla decapitazione di S. Paolo, perché si ritiene che proprio a seguito della sua decapitazione, nel punto in cui la testa del santo toccò terra e rimbalzò due volte, fuoriscì dell’acqua. Questa tradizione è alla base della realizzazione delle tre chiese comprese nel complesso abbaziale e dello stesso nome dell’abbazia: Abbazia delle Tre Fontane.

Del resto l’area che accoglie oggi l’intero quartiere è appartenuta per lungo tempo all’abbazia e ne porta ancora i segni (anche se spesso difficili da individuare). E fu soprattutto la decisione di Innocenzo II di affidare i terreni ai monaci cistercensi di S. Bernardo di Chiaravalle a determinare le sorti dell’intera area. L’abbazia era decadente e degradata ed i monaci lavorarono alacremente, seguendo le norme dell’ordine, fino al 1221 per ricostruirla e darle splendore. Nei primi anni dell’Ottocento, però, l’abbazia venne abbandonata dai monaci (in seguito alle disposizioni napoleoniche) e nell’intera area si innescò un processo di degrado. Fu soltanto a partire dal 1868, quando papa Pio IX chiamò i frati trappisti a governare l’abbazia che l’insediamento religioso e la zona circostante furono oggetto di ristrutturazione e recupero.

I terreni dell’abbazia comprendevano gli attuali campi sportivi delle Tre Fontane, si allungavano sul lato occidentale della antica via Laurentina fin oltre l’odierna stazione della metropolitana, si estendevano sul lato orientale della Via Laurentina interessando gli attuali insediamenti di Giuliano Dalmata, Colle di Mezzo, Ottavo Colle, Serafico per richiudersi al confine della tenuta di S. Alessio (l’attuale Istituto Agrario) e lungo l’asse stradale dell’odierna via del Tintoretto. Lo studio di carte e libri storici gentilmente fornite dai monaci dell’Abbazia e del noto libro dello Spinetti del 1914 (La nuova carta dell’Agro Romano al 75.000) permettono di ricostruire con precisione l’estensione della proprietà. Più di 400 ettari sono stati calpestati dai frati, abitati, utilizzati, amati ed odiati allo stesso tempo. Amati perché erano in grado di fornire foraggio alle vacche, prodotti dell’orto, miele e vino (proprio nei pressi di Via di Vigna Murata si coltivavano anche le viti anche se il toponimo Vigna Murata deriva dall’esistenza di una vecchia villa romana nei pressi dell’attuale dazio), ma allo stesso tempo portavano alla morte decine e decine di persone a causa della malaria.

Molti monaci cercarono di bonificare l’area ma gli sforzi erano quasi sempre vani. Durante il periodo estivo i monaci erano costretti a trasferirsi in aree più salubri (a Bassano di Sutri) per il diffondersi delle zanzare e quindi per il rischio di punture. La malaria uccise così tante vite che i terreni dell’abbazia, durante il periodo in cui si liquidavano i beni dell’asse ecclesiastico, vennero messi due volte all’asta pubblica. Ma dato il carattere insalubre dell’area nessuno volle comperarli. Fu il senatore Luigi Torelli che riuscì ad intercedere per i monaci e a far assegnare 485 ettari di terra all’abbazia in enfiteusi perpetua. Data la presenza di acquitrini e di malaria nel contratto di enfiteusi era inclusa una clausola che obbligava i monaci a piantare varie decine di migliaia di alberi: nello specifico dovevano essere alberi di Eucalyptus.

Il ruolo degli Eucalyptus

Nel 1800 era opinione diffusa, anche fra i medici, che la febbre malarica fosse causata dall’umidità del terreno, dallo scirocco e dall’aria infetta dei terreni paludosi esalanti miasmi venefici. Poiché l’Eucalyptus è un albero di rapido sviluppo e di grande potere assorbente, si pensava che la coltura estensiva di questi alberi fosse in grado di prosciugare i terreni umidi e paludosi e di purificare l’aria.

Nel giro di pochi anni i monaci avevano assolto il loro compito: nel 1880 avevano già piantato più di 50.000 alberi. Il livello delle acque si era abbassato ed il problema della malaria si andava riducendo. Ma le morti erano ancora così numerose che i monaci dovettero impiegare altra manodopera per portare avanti l’opera di bonifica. A tal fine vennero impiegati alcuni detenuti che inizialmente soggiornavano nei locali del complesso abbaziale ed in seguito presso le carceri che vennero appositamente costruite per loro nei pressi del fosso della Cecchignola ed il Ponte del Buttero, (nell’area tra le attuali Via dei Guastatori, via del Colle della Strega e via Gaurico) oggi ristrutturate ed adibite a residenze.

L’esperimento delle Tre Fontane e della piantagione di Eucapyptus fece il giro d’Italia e d’Europa e veniva osservato con grande interesse perché se fosse stata la soluzione al problema delle paludi e della malaria poteva essere riprodotto in tutte le altre zone afflitte dallo stesso problema (ad esempio nella Pianura Pontina). Nel 1880 l’Ufficio Centrale del Senato dichiarava ufficialmente l’interesse nei confronti di queste piantagioni.

Le aree ricoperte dagli alberi si trovavano su entrambi i lati della via Laurentina ma si trovavano anche sul cosiddetto “altopiano”. Alle spalle dell’abbazia, infatti, si eleva una zona più alta: dai 20 metri sul livello del mare della via Laurentina si sale per “l’Ottavo Colle” fino alla quota di 50 metri alle spalle dell’attuale Via Baldovinetti, nell’area verde che storicamente confinava con la tenuta di S. Alessio. La zona che attualmente si estende tra gli istituti scolastici (Peano, De Pinedo, Levi) e il più antico nucleo insediativo del Serafico (Via Lilio, Via De Vico, Via Renieri, Via Padre Lais) costituiva un’area più elevata a leggera ondulazione sulla quale si trovava sia un bosco di Eucalyptus che terreni destinati a foraggio. Carte storiche conservate nella biblioteca dell’abbazia delle Tre Fontane indicano chiaramente la presenza di un bosco di Eucalyptus tra la fine del 1800 ed i primi decenni del 1900 nella zona ancor oggi verde compresa tra via Grotte d’Arcaccio, via Paolo di Dono e via G. Gaulli. In quest’area verde, lasciata spesso all’incuria, ancora si ergono decine di quegli Eucalyptus.

Questi alberi, nonostante non siano stati capaci di risolvere il problema della malaria (negli anni seguenti si riconobbe il ruolo della zanzara anofele per la diffusione della malattia) hanno costituito un elemento fondamentale nella conduzione della Società Agricola e nella vita della comunità locale. Gli alberi, essendo a sviluppo rapido ed in grado di ricacciare autonomamente polloni dai ceppi vecchi o tagliati, fornivano legna continuamente. Erano e sono ancora utilizzati per la preparazione di estratti, di liquori, di sigarette antiasmatiche e per la polvere dentifricia.

Ma il loro ruolo non è solo materiale è ormai diventato anche simbolico, storico e culturale. Valori che devono essere salvaguardati e tutelati per noi e per la memoria dei nostri figli.

 

Arriva l’elettricità

La bonifica integrale procedeva lentamente a causa dll’estensione dei possedimenti e delle poche braccia disponibili. Così nel 1914 una buona metà della tenuta, quella a sud di Via di Vigna Murata contenente il Fosso della Cecchignola fu venduta e gli sforzi furono indirizzati verso un appezzamento più piccolo. Le acque vennero incanalate e convogliate verso le valli. Si cercò di portare l’acqua anche sopra le alture ma la scarsità dei mezzi e dei capitali impegnati non permisero di riuscire nell’impresa. Nel 1915 arrivò l’energia elettrica (la centrale elettrica si trova ancor oggi a ridosso della stazione della metropolitana lungo la via Laurentina) e si installò un motore elettrico nei pressi di Ponte Buttero per innalzare le acque ma, per poter irrigare efficacemente l’intero altopiano, si scavarono anche dei pozzi alimentati da motorini elettrici. Nel 1922 tutta la tenuta era irrigata a qualsiasi quota. Utilizzando dei decreti governativi che sovvenzionavano tutte le opere di bonifica e di irrigazione nel 1924 venne costruita una nuova conduttura ed una cabina con un’elettropompa costosissima che elevavano le acque su un bottino di distribuzione situato nel punto più alto dei rilievi, alto circa 10 metri, dal quale era possibile irrigare anche i punti più lontani della tenuta. La possibilità di irrigare tutti i campi portò ad un aumento della produzione del foraggio e di conseguenza un aumento del numero delle vacche allevate. La vicinanza della tenuta alla città di Roma rappresentava l’accessibilità ad un mercato che richiedeva latte quotidianamente. Inoltre il buon cioccolato preparato dai frati e l’amenità del luogo richiamava durante la domenica mattina un buon numero di romani per la gita fuori porta. I romani compravano un panino, lo riempivano di cioccolata calda e lo consumavano all’ombra degli alberi.

 

La guerra

Il periodo d’oro della vaccheria e della produzione di latte venne bruscamente interrotto quando cominciarono gli espropri per la realizzazione dell’E42 (l’attuale EUR). Alla tenuta dei monaci trappisti vennero sottratti i terreni posti ad ovest della via Laurentina per una estensione di circa 70 ettari.

Nel discorso del 31 dicembre 1925 in Campidoglio Mussolini, parlando del futuro della capitale, aveva espresso: «La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle sponde del Tirreno».

Cominciarono i lavori di sbancamento per la realizzazione del nuovo quartiere che nell’idea originaria, superato l’anno di inaugurazione previsto per il 1942 (ventennale della marcia su Roma), doveva diventare una esposizione permanente e celebrativa del regime fascista e che era forse anche pensata come una città-giardino. Nell’idea originaria poteva rappresentare una città autonoma tra quelle previste intorno alla capitale («anello di nuove città attorno all'antica») mentre la storia mostra la saldatura del quartiere al corpo centrale di Roma e la mancanza quindi di autonomia.

L’area sulla quale doveva essere realizzato il nuovo quartiere doveva indicare la direzione verso la quale la città si sarebbe dovuta sviluppare: seguendo la linea della via imperiale, l’attuale Cristoforo Colombo, la città si sarebbe presto saldata al mare. Mussolini disse nel 1925 a proposito della Via Cristoforo Colombo: «un rettilineo che dovrà essere il più lungo e il più largo del mondo, porterà l'empito del mare nostrum da Ostia risorta sino nel cuore della città dove vegli l'ignoto»

Nel 1937 Mussolini piantò i primi pini e depose la prima pietra. Alla Cecchignola, dove oggi sorge il quartiere “villaggio Giuliano-Dalmata” vennero costruite le case degli operai. Ma dopo poco lo scoppio della seconda guerra mondiale bloccò i lavori e l’esposizione non ebbe mai luogo. Durante la guerra l’abbazia venne brevemente occupata dai tedeschi e la popolazione presente nel complesso abbaziale e nei dintorni si rifugiò nella grotta di Colle S.Giuseppe.

Al termine della guerra l’E42 si mostrò come un immenso cantiere, in parte abbandonato, in parte occupato dagli sfollati. Con il nuovo nome EUR (Esposizione Universale Romana) prende via via forma il quartiere che noi oggi conosciamo.

 

Il Villaggio Giuliano-Dalmata

Terminata la guerra si presentarono alcuni problemi da risolvere. Tra questi, uno di quelli che ha lasciato tracce nel territorio che stiamo studiando, riguarda la riallocazione dei profughi Giuliano-Dalmati. Nel 1947 i primi profughi provenienti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia furono insediati nel vecchio villaggio costruito lungo la via Laurentina per ospitare gli operai dell’E42. Il villaggio era composto da baracche in muratura con lunghi corridoi sui quali si affacciavano le porte degli alloggi. Le baracche erano allineate su due lunghe file suddivise da un ampio viale di ghiaia e venivano chiamate padiglioni. Il villaggio andò via via ospitando un nucleo sempre più cospicuo di profughi, così che nel giro di pochi anni vi risiedevano più di 2.000 persone che parlavano il dialetto della Venezia Giulia. Durante gli anni Sessanta l'Opera Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati costruì dei nuovi alloggi.

E’ possibile ricostruire lembi di storia di quegli anni e della vita nel villaggio attraverso la descrizione fattana dallo scrittore Diego Zandel in due suoi romanzi (Massacro per un presidente e I confini dell'odio).

Il Piano Regolatore Generale del 1962

 

A partire dal dopoguerra Roma è stata interessata da una forte espansione edilizia. La popolazione romana aumentava e di conseguenza aumentavano anche le case. Nel 1962 viene approvato il Piano Regolatore Generale (PRG) che avrebbe indirizzato e vincolato lo sviluppo dell’intera città. Nel PRG sono state individuate le aree residenziali, le aree a verde, le aree industriali, le infrastrutture presenti e future, l’intero territorio comunale è stato sezionato, analizzato e programmato in vista della rapida espansione demografica che si osservava in quegli anni e che ci si aspettava nel prossimo futuro.

Ma la Roma degli anni ’60, soprattutto l’area di nostro interesse, era decisamente diversa da quella che oggi calpestiamo e vediamo. Il margine orientale dell’EUR finiva quasi subito nella campagna romana. Superata l’Abbazia delle Tre Fontane e procedendo verso il mare si incontrava il complesso del Seraficum, gli edifici residenziali arroccati sul piccolo rilievo di via del Serafico e di via Luigi Lilio (su terreni in precedenza dell’Abbazia delle Tre Fontane poi venduti a privati), cui seguiva l’avvallamento e la zona pianeggiante dove era stata costruita la fermata terminale della metro: la stazione Laurentina. Subito a seguire si trovavano gli edifici di via dei Corazzieri e delle altre vie della Cecchignola dedicate ai militari e del Villaggio Giuliano Dalmata. Alle spalle di queste edificazioni si distendeva la campagna romana, in alcune zone coltivata a vigna o cereali, in altre ricca di alberi da frutto. Unico quartiere già costruito e ben individuabile era quello di Colle di Mezzo, realizzato seguendo un piano molto dettagliato per cui gli edifici si adattavano e si elevavano in altezza seguendo le isolinee del terreno. Si realizzava su via di Vigna Murata l’edificio industriale ancor oggi in funzione, in cui si lavoravano mattonelle.

La carta topografica del 1962 permette così di cogliere con un solo sguardo i pieni ed i vuoti urbanistici dai quali si delinea un’area ancora molto verde con poca pressione antropica. Il PRG, approvato nel 1962, prevede, nella situazione mostrata dalla carta topografica, l’attraversamento dell’area da parte di una stada ad alto scorrimento che dovrebbe congiungere la via Laurentina (all’altezza dell’attuale ristorante Checco dello Scapicollo) con la zona di Via di Grotta Perfetta (oggi Granai), nei pressi in cui dovrebbe passare l’anello stradale interno alla città. La strada non interessa da vicino gli edifici perché in molti casi scorre in mezzo ai campi.

 

Come si stravolge la vita in un quartiere facendo credere di migliorarla

 

Ma con il passare degli anni numerosi edifici vengono costruiti coprendo quasi per intero l’Ottavo Colle e le zone vicine. Nasce il complesso di Prato Smeraldo e Fonte Meravigliosa. Si costruisce tutto il quartiere di Ottavo Colle, proseguendo l’edificazione alle spalle di via F. De Vico e via Padre Lais congiungendo il vecchio nucleo del Serafico con i due istituti superiori. Nasce e assume la sua identità di zona residenziale di via Baldovinetti e le altre vie ad essa collegate. Il nuovo quartiere si salda perfettamente al nucleo del Serafico e diviene un tutt’uno. Alle spalle delle nuove edificazioni rimangono ancora lembi di campagna. Ma durante gli anni ’70 si sviluppa anche la zona di Roma ’70, con i suoi edifici affastellati e le strade tortuose. La campagna si assottiglia, le strade si ramificano e si allungano congiungendo la fine di via del Serafico con la via Ardeatina. Nel 1991 l’Ottavo Colle è ormai circondato. Ma al suo interno rimane ancora un certo equilibrio tra zone edificate, verdi, vuote, affollate, che ne fanno un quartiere residenziale molto ricercato.

Ma sul PRG era stata disegnata una strada ad alto scorrimento che, se oggi costruita, sconvolgerebbe l’intera struttura e la funzione del quartiere. La strada dovrebbe drenare le migliaia di macchine che provengono dalle estreme periferie meridionali della città e dai comuni esterni e le dovrebbe convogliare verso l’anello interno: una sorta di tubo drenante che penetra nel quartiere, lo smembra, lo distrugge, lo modifica, lo divide. Nel 1961, all’epoca del vecchio progetto, l’area limitrofa alla strada non era occupata da edifici; ora, invece, i palazzi costruiti si affacciano direttamente su quell’area che in futuro gli amministratori vorrebbero diventasse un’altra “tangenziale”. Nel momento in cui si parla di abbattere il mostro di S. Lorenzo, della Tiburtina, di eliminare quella sopraelevata che quasi entra nelle abitazioni dei poveri cittadini che avevano comprato la casa in quella zona prima che la strada venisse realizzata, quella strada che porta le auto quasi dentro le stanze, quella strada che rende nero il bucato ingenuamente steso all’esterno, si decide di trovare i finanziamenti per realizzarne un’altra. Da una parte della città si abbattono strade mentre da altre se ne costruiscono di nuove.

Il nuovo PRG conferma la realizzazione di questa strada. Fa finta di tener conto del fatto che nel frattempo gli edifici si sono sparsi fino quasi a coprire quella stretta striscia di terra che verrà sbancata per far passare la strada. Non solo, ma nella stretta striscia di terra verrà anche costruito un centro sportivo (su terreno comunale). Le distanze previste dalla legge a tutela dell’ambiente e della salute, viste le nuove realizzazioni di edifici, non ci sono più. Rimangono ormai solo poche decine di metri verdi stretti lungo una striscia di terra ma si vuole lo stesso realizzare “il mostro”, distruggendo un’area verde di pregio. Non una strada interquartiere, bensì una strada a scorrimento veloce, che dovrebbe scavalcare via di Vigna Murata con un cavalcavia a quattro corsie, sulla quale si prevedono flussi di circa 5.000 veicoli nelle ore di punta. Nuovi cittadini avranno il bucato nero, i polmoni neri (alcuni perché vivono vicino alla strada altri perché vi fanno sport e respirano “aria pulita”), i figli morti nell’attraversamento della strada nell’andare a scuola.

Ma poco importa, il vivere nella città ha questi contrasti. Qualcuno arriverà prima in ufficio e qualcuno non arriverà più a casa. Poco importa che le norme di attuazione prevedano che nel caso di strade come questa vengano rispettate certe distanze rispetto agli edifici: si chiedono le deroghe e si superano anche questi ostacoli. Così siamo tutti felici: abbiamo le case (e i costruttori guadagnano), abbiamo le strade (ed altre imprese guadagnano), abbiamo il centro sportivo (e qualcun altro guadagna ancora). E se abbiamo anche gli incidenti, le malattie, il rumore, qualcun altro ci guadagna sempre. Poco importa, però, se il cittadino ci rimette.